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Vini dei colli di Parma, assaggi nelle terre del prosciutto e del Parmigiano

Vini dei colli di Parma, assaggi nelle terre del prosciutto e del Parmigiano

Il cuore della Food Valley  non batte solo con la dolcezza del prosciutto di Parma e il ritmo intenso del Parmigiano Reggiano. Langhirano e le colline fra Taro ed Enza nascondono anche un altro, gustosissimo, segreto DOP: è quello della zona di produzione dei Vini dei Colli di Parma, custoditi da un Consorzio di Tutela che raccoglie oltre 60 aziende produttrici. Qui i vitigni autoctoni hanno storie secolari, come la Malvasia Aromatica di Candia che arrivò sui fiumi parmensi dall’isola di Creta, attraverso Venezia, già nel Medioevo.

Bianchi aromatici, rossi fermi e frizzanti: dai Celti ai Romani, passando per i monaci benedettini, oggi la vendemmia, fra questi filari, si fa ancora secondo riti antichi dosati, però, con la curiosità e il senso dell’innovazione che caratterizza la gente di qui. Molte delle cantine della zona hanno storie giovani, votate, da una parte, alla sperimentazione e dall’altra al recupero di vecchie coltivazioni. In attesa del vino nuovo, intanto, l’estate è la stagione lenta e migliore per la contemplazione ed allora la Food Valley, che con Parma, prima Unesco creative city of gastronomy, sarà anche Capitale italiana della Cultura 2020, diventa l’indirizzo giusto per serate in vigna ad ascoltare musica e storie, accompagnati dai prodotti di eccellenza che hanno già incoronato la città ducale capitale del gusto.

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Vini dei colli di Parma: a lume di candele tra i vigneti

Sulla riva sinistra del torrente Parma, a Mattaleto di Langhirano, c’è una storia giovane ed al contempo antica. E’ quella dell’azienda agricola di Antonio Aldini che, una decina di anni fa, decise di ripartire dalle vigne e da un terroir generoso per costruire il suo piccolo mondo. “Non avevamo né vigne, né terreni e abbiamo cominciato con alcuni amici quasi per gioco, facendo rinascere una vigna degli anni Sessanta dove vecchi pali in legno sorreggono filari dalla stabilità quasi precaria”. Le sue parole raccontano di passione e di una visione onirica del lavoro.

Oggi questa realtà ha tutte le sfumature dei vitigni autoctoni, dalla Malvasia Aromatica di Candia, che si vinifica in un Brut Naturale, al rosso frizzante spumante, frutto di un sapiente mélange fra Bonarda e Barbera, fino al corposo rosso fermo, dono di Barbera e Cabernet Sauvignon.

La malvasia ha il nome dei filosofi

Poco lontano Langhirano, sulla via che conduce a Tordenaso e Felino, patria del famoso salame, c’è un’altra sosta del gusto che racconta di gioventù e tenacia: piccola produzione, vendemmia a mano, le Cantine Cerdelli sono una delle sfide più recenti della zona. I 5 ettari di vigna sono stati impiantati solo nel 2016, sui terreni di Casa Manfredelli. “La Malvasia è il vino che più identifica Parma e che, negli anni, è stato considerato “povero”, quasi senza valore economico. Eppure non ha nulla da invidiare a tanti vini bianchi nazionali. Io ci ho creduto e ho ascoltato tutti, dagli esperti agli anziani del settore, puntando su una produzione di qualità” dice Michele, il fondatore che ritiene, nel lavoro come nella vita, la chiave sia degustare lentamente ogni cosa che si fa.

Eppure lui ha bruciato le tappe perché con il suo Talete DOC,  la sua Malvasia frizzante “con un tocco di Moscato” si è aggiudicata la “Cosèta D’or”, che, ogni anno, premia i migliori Vini Dei Colli di Parma, nell’ambito della Festa della Malvasia. La cosèta è più che un riconoscimento: incarna la tradizione più autentica, come la sua forma che ricorda una ciotola e l’antica usanza delle osterie parmigiane, dove il vino si gustava in scodelle, che poi ogni commensale riponeva su una rastrelliera comune. I Cerdelli hanno spinto la loro storia un po’ più in la: i sette vini in produzione portano i nomi di filosofi, storici e medici della antica Grecia. Oltre al pluripremiato Talete, c’è Democrito, Malvasia ferma, ed ancora, Ippocrate che, in nome del padre della medicina, incarna l’equilibrio perfetto fra forze differenti.

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Le colline e i castelli

Lasciando Langhirano ed il profilo dolce del castello di Torrechiara, non ci si sbaglia: un tempo quei terreni pianeggianti che costeggiano il torrente Parma erano lavorati con pazienza dai monaci di Santa Maria della Neve. Oggi, o meglio fin dal 1906, c’è la famiglia Pavesi che con La Madonnina, che è anche agriturismo, ristorante e offre una zona di sosta camper, porta avanti la plurisecolare tradizione benedettina di coltivare al meglio il terreno.

Che qui significa anche recupero di antiche produzioni come l’uva Termarina, uno dei più antichi vitigni autoctoni parmensi che è diventato, negli anni, il brand ed il pensiero dominate dei 25 ettari di famiglia, proprio come voleva Giorgio Pavesi. Lui, tornò fra i sui colli con le ferite di guerra nell’animo, ma una nuova passione come viticoltore, appresa durante la lunga prigionia. Oggi il figlio Antonio porta avanti i dettami del padre, mentre la signora Paola pensa alla cucina, dove distilla un sapiente mix fra cucina parmense e sapori lombardi delle sue origini.

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Vini dei colli di Parma e le pietre del castello di Torrechiara

I colli che incorniciano il castello di Torrechiara hanno anche un altro segreto: lo custodisce, a Casatico di Langhirano, la famiglia Lamoretti, che è oggi, con Giovanni, alla terza generazione di fatica ed amore per questi vigneti dove, su 21 ettari, si avvicendando tutte le varietà tipiche della zona. Fra i 230 e i 310 metri di quota a Casatico si imbottigliano 12 vini, così come voleva già zio Giuseppe, quando ritornò da New York, dopo essere emigrato, in cerca di fortuna negli anni Venti.

Tornando trovò l’America anche qui ed oggi la cantina è anche meta di degustazioni e sessioni di team building che permettono di prendere parte alle diverse parti della vendemmia, potatura ed imbottigliamento incluse. L’estate però è la stagione dell’attesa che si amalgama con serate en plein air a ritmo di jazz.

La valle di Matilde in un calice

Altro fiume, altra valle, medesima emozione sulla via dei vini dei colli di Parma. La Val d’Enza con Traversetolo non è solo la terra amata da Matilde di Canossa, ma è anche un territorio perfetto per far crescer dei grandi vini. A Guardasone c’è un’altra storia di amore per la Food Valley ed è quella di Oinoe Vini – La città del vino, nome antico e storia modernissima che prende il via, nel 2013, dall’impegno congiunto delle famiglie Cavalli e Cerioli che oggi, fra tradizione ed innovazione ed una grande cura per il dettaglio stanno facendo crescere un microcosmo di 32 ettari dove, oltre a vitigni autoctoni, trovano posto anche produzioni “estere” come Moscato, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Cabernet.

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Il Taro e un monte coperto di vigne

Il terzo polo di produzione dei vini di Parma si allunga sul Taro, il terzo torrente che incornicia il parmense e la zona che è la culla della cucina tipica di Parma. Dal 1983 Monte delle Vigne coltiva un obiettivo ambizioso e preciso: produrre vini buoni e fermi in un territorio ad alta vocazione per le produzioni frizzanti. La sfida raccolta da Andrea Ferrari è condivisa, dal 2006, con l’imprenditore Paolo Pizzarotti. I vini hanno nomi simbolici – i luoghi di Giuseppe Verdi sono vicini –  dal Nabucco IGT, rosso di grande struttura, con cui la cantina si è presentata al mondo, fino al bianco secco Callas, Malvasia in purezza.

Oggi sono 60 gli ettari di vigneto sui 150 della proprietà che, grazie ad esposizioni diverse, permettono di far maturare al meglio vitigni di Merlot, uve bianche e Cabernet Franc cullati, a 300 metri di quota, dalla brezza del Taro. La stessa, che allieta le molte serate estive in cui godere dell’ospitalità di questo “monte”, sia nelle camere dell’antico Casale delle Vigne, sia con le serate organizzate con la regia della cantina.

Il museo del vino

Per concludere al meglio la full immersion fra l’oro rosso e bianco delle valli di Parma, d’Enza e Taro, tappa obbligata è il Museo del Vino che appartiene al circuito dei Musei del Cibo della Food Valley ed è ospitato nella suggestiva rocca medievale di Sala Baganza, a 20 minuti dalla petite capitale. Fra le sue sei sale ipogee – compresa un’iconica ghiacciaia – si approfondisce tutta la storia dei sapori made in Parma, con un percorso espositivo e sensoriale che permette di scoprire le varie fasi sia storiche sia di produzione, con un focus sui mestieri correlati alla viticoltura.

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Giornalista professionista, è responsabile delle pagine di viaggi e turismo del quotidiano Gazzetta di Parma. Da tempo è convinto che l'unica parte spiacevole di ogni viaggio sia preparare la valigia. Ha scritto - e fotografato - per Panorama Travel, Viaggiando, That’s Italia, Corriere.it, I viaggi di Repubblica, Ilturista.info. Adora il mare della Grecia, le birre belghe, i romanzi americani e le moto tedesche.

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