Viaggio in Polinesia, da Tahiti alle Marchesi navigando nel blu su un cargo

Viaggio in Polinesia, da Tahiti alle Marchesi navigando nel blu su un cargo

Lontano. Dove non ci si può quasi nemmeno pensare. “Se qui decidiamo di arrabbiarci, chi se ne accorge a Parigi, New York o Mosca?” chiosa Franck, francese di nascita, ma ormai polinesiano dentro. “Che cosa importa che si accorgano?” verrebbe da rispondere a questo europeo che è stato stregato dai Mari del Sud. Nel suo caso, fu il servizio militare a portarlo a compiere il suo viaggio in Polinesia: “Il periodo di leva si abbreviava se svolto in un Paese d’oltre mare, ma io mi sono arruolato a vita!” scherza mentre, a piedi scalzi, guida una jeep per turisti: è questa la sua nuova “naja”. Franck è uno dei tanti a cui la Polinesia Francese ha rubato il cuore, barattandolo con 22 ore di volo, un fuso orario che impone il sonno mentre i più sono desti ed un oceano che sospinge il resto del mondo a distanza di sicurezza.

Viaggio in Polinesia

Viaggio in Polinesia: il viaggio della vita

Eppure in questo eden selvaggio lontano da tutto, ti senti al centro, soprattutto dei sogni di chi va in fuga agli antipodi, alla ricerca dell’emozione esotica di un viaggio in Polinesia: mare caldo e pescoso che neanche a disegnarlo; aggiungi un bungalow overwater ed ecco la prigionia dolce e pigra della laguna cui ci si “condanna” volentieri per due settimane o più. Il sogno perfetto, il viaggio di un vita, quasi un “non luogo” che la nostra mente ha costruito in mesi di navigata immaginazione e anni di stress accumulato. Bora Bora, Raiatea, Rangiroa e Moorea, sillabe che sono già vacanza, isole che sono una scommessa con la natura: due metri in più di acqua sul pianeta e le vedremmo inabissarsi per sempre.

Ma si può andare oltre e spingere la soglia del paradiso un po’ più in la, per la precisione, fra il 7° e l’11° grado di latitudine sud. E’ qui che il destino ha affondato dodici isolotti vulcanici, alcuni poco più che scogli, di una bellezza mozzafiato. Si chiamano Isole Marchesi solo dal 1595, quando le battezzò così, in onore della compagna del vicerè del Perù, il conquistador Mendaña Y Neira. Ma non fu un nome a cambiare la natura di questa Henua’enana, “terra degli uomini”, fieri del loro isolamento: l’arcipelago avrebbe respinto ancora a lungo brame e vascelli dell’uomo venuto da lontano.

Missionari, esploratori e personaggi del mito

Era già successo poco prima a Ferdinando Magellano e non andò meglio a molti missionari e naviganti che si limitarono a bordeggiare le loro sponde per secoli. Il mare diede filo da torcere anche a James Cook e a Louis Antoine de Bouganville che nel Settecento riuscirono infine ad approdare sulle sponde delle Marchesi.

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Viaggio in Polinesia: ma a bordo di un cargo

Oggi le cose non sono molto cambiate: l’unico modo (insieme a costosi e prenotatissimi voli interni e ad un paio di navi crociera che a volte vi si dirigono) per questo alternativo viaggio in Polinesia passa ancora per quel mare di cobalto a bordo di uno dei pochi cargo al mondo che trasporti anche i turisti: si chiama Aranui III, è il terzo di una generazione di questi enormi scafi bianchi che fanno scalo alle Marchesi, riagganciando per un attimo anche i suoi novemila abitanti al resto del pianeta. Quindici giorni di navigazione e non vorreste più tornare: si lasciano Tahiti e le isole della Società, si attraversa l’arcipelago delle Tuamotou, sfiorando due atolli, Fakarawa e Rangiroa, l’ultimo assaggio della bellissima Polinesia più tradizionale, per poi fare rotta verso le Marchesi.

La vostra casa saranno i quattro ponti di Aranui e il cielo senza inverno che copre queste acque del Pacifico. Aranui è grande (117 x 75 m) e può ospitare fino a 200 passeggeri e 65 membri di equipaggio che si occupano anche delle 2500 tonnellate di carico che ad ogni tappa vanno scaricate o ribilanciate sulla prua e nelle viscere del cargo. Alla partenza in cucina lo chef Boris Rabin ripete la lista della spesa “100 kg di tonno, 16 scatole di uova…” perché tutto deve essere già a bordo, l’acqua invece viene desalinizzata al ritmo di 50 tonnellate al dì.

I  segreti della motonave che viaggia tra le isole

“La velocità di crociera è fra 11 e i 14 nodi, con un motore di 5200 cavalli – spiega fiero Nédo Totic, ingegnere meccanico in servizio permanente su Aranui, quasi come il collega, responsabile dell’elettronica, Georges Nemes, dalla Romania: la sua cabina è una dependance di Bucarest, con filmati e musiche del suo paese per non sentire la nostalgia. Il resto dell’equipaggio invece è rigorosamente francese polinesiano in linea con il new deal del Paese che per anni ha dato lavoro a francesi del continente ed europei mentre oggi tende a pensare prima ai suoi “figli”.

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Viaggio in Polinesia:  libertà e disciplina

Una volta saliti sul cargo diverrete parte dell’equipaggio. ”Trovo sulla barca la libertà e la disciplina che amo” è la massima che impronta ogni viaggio. Assegnazione cabine, indicazione della “cambusa” con relativi orari e poi via con le esercitazioni mentre il porto di Papeete, con il profilo rosa del tempio Paofai si allontana all’orizzonte. Divisi in gruppi imparerete a divincolarvi fra ponti, prua, piscina, fitness room e poppa per localizzare le scialuppe più vicine. “Serve il passaporto in casi di fuga?” grida stridula una passeggera americana?”.

Meno male che per ora le prove di sbarco sono un vezzo da reality e non la realtà. La “fauna” di bordo vi conquisterà: c’è l’irrestibile compagnia tedesca di vecchi amici in fuga da pensione o affari, figli e nipotini, la solitaria inglese in cerca di ispirazione per un libro che non pubblicherà, coppie di piccioncini sempre per mano, e via osservando.

L’equipaggio dell’Aranui è molto vario: guide giovani e vecchi di lupi di mare, ragazzi simpatici e studiosi preparati ogni giorno si impegneranno per tenere lezioni di cultura polinesiana, dalla storia, all’antropologia, dai 50 modi per allacciare un pareo a come non sfigurare in una danza tahitiana. Ogni giorno sbarcherete con indicazioni precise su come non perdervi, anche se sulle isole sarà proprio questo il vostro più recondito desiderio.

Navigando al ritmo dell’ukulele

Gli italiani si ripassino un po’ di inglese o francese che, con il tedesco e il polinesiano stretto sono le lingue più parlate a bordo. Il resto dell’equipaggio invece, dal mozzo al capitano, dall’ingegnere al marinaio lo scoprirete soprattutto la sera quando, al suono frizzante dell’ukuele, la ciurma improvvisa concerti e festini a cui è vietato non partecipare. Unica assenza giustificata è quella di chi preferisca starsene in disparte su una sdraio a completare il proprio diario di bordo mentre ascolta la nenia dell’onda lunga del Pacifico, decifrando il ricamo di stelle del cielo australe.

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Viaggio in Polinesia: e infine le Marchesi

La mattina durante il viaggio in Polinesia a bordo del cargo la sveglia suona presto: all’alba del terzo giorno aprirete gli occhi e le Marchesi saranno già li, all’improvviso dall’oblò: ruvide, selvagge, brune, l’una diversa dall’altra. Qui anche il tempo è diverso: il fuso è mezz’ora avanti rispetto al resto della Polinesia e non si dice “Ia ora na” per dare il benvenuto, ma “Kao’anui”.

“Parlano della morte come tu parli di un frutto, guardano il mare come tu guardi un pozzo”. Così le cantava Jacques Brel per indicarne la grandezza e la bellezza primitiva, quasi impavida, come si addice a dei grossi scogli immersi dal destino in acque profonde e lontane. Lontane da tutto.

Sono 1500 i chilometri che separano questo arcipelago da Papeete: “Come andare da Parigi alla Svezia”, ripetono i marinai senza sapere, in fondo, che cosa significhi dato che la loro vita si è sempre svolta qui: “Per il viaggio inaugurale andai nei cantieri romeni dove fu costruita a prendermi l’Aranui – racconta orgoglioso il capitano Théodore Oputu, fra radar, cartine e gsp – passammo il Bosforo, il Mediterraneo, Gibilterra, l’Atlantico e Panama. Ehi, ma che traffico per fare manovra! Niente a che vedere con il Pacifico: qui il radar – se va bene – non segnala che qualche balena alla deriva”.

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Viaggio in Polinesia: un capriccio di roccia in un mare tropicale

L’arrivo di Aranui è un evento che tocca in sorte ad ognuna delle isole una volta ogni tre settimane. Ad annunciarne l’arrivo di lontano, il suono baritono della sirena: chi può accorre al molo. C’è chi attende barche, automobili, motorini o animali, o più semplicemente cibo e vestiti. Ma c’è chi non attende nulla se non aver qualcosa di diverso da osservare. Aranui è un’istituzione: voi allungherete il catalogo della merce rara.

Un fiore di tiaré come benvenuto e non ci sarà bisogno di altro. Ua Pou è il primo scalo: sembra una bestia addormentata a pelo d’acqua, con altissime scogliere che somigliano ad un’Irlanda tropicale o a nuove Svalbard catapultate per capriccio in un mare tropicale. Ua Pou ha spiagge di ciottoli scuri che sembrano dipinti e una vegetazione di acacia che la rende brulla e odorosa. Ma il vostro sguardo sarà rapito verso l’alto a contemplare “la cattedrale”, i picchi di basalto che formano il Monte Oave (1203 metri), fra le vette più alte di tutta la Polinesia.

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Viaggio in Polinesia: ci sono i pini. Non i cannibali

“Urì nude, banchetti di cannibali, boschi di palme, guerrieri tatuati e foreste vergini custoditi da idoli spaventosi”. Sono le parole con cui Herman Melville descrive nel romanzo Taipi, a fine Ottocento, il suo entusiasmo nell’imbarcarsi per le Isole Marchesi, la patria dei “Derniers sauvages” secondo l’immaginario collettivo dell’epoca.

Oggi invece sono i taxisti, in abiti floreali a lottare con i pulmini per “accaparrarsi” i pochi turisti che scendono dal cargo. La baruffa è graziosa e stride con l’assoluta tranquillità di Taiohae: poche case, ufficio postale, municipio, scuola, una rotonda ovviamente alla francese e lungo mare costellati di tiki, statue sacre antropomorfe che nel folto della vegetazione, incutono timore, mentre in strada sembrano più mansuete.

Prima tappa è la bella cattedrale costruita con pietre colorate provenienti da tutte le Marchesi e dove gli artigiani locali hanno intagliato nel legno altare, pulpito e via crucis: solo così l’ulivo di Getsemanì si trasforma in un frondoso albero del pane. Poi ci si addentra nella foresta e si sale fino a sfiorare una colonia di pini tropicali “ormai inutilizzabile come legname da costruzione perché per errore le piante furono piantate troppo vicine”, spiega Marie Helene, biologa francese.

Lei venne qui 15 anni fa per studiare ma vi trovò l’amore ed ora aiuta il marito a fare da driver e guida. Due figli, una casa in costruzione nel bosco e il progetto di allevare cavalli: “Se non vuoi il lusso, ma la pace, qui troverai il tuo equilibrio”.

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Melville e l’incontro con i cannibali

E’ un po’ quanto accadde a Herman Melville: lui ammutinandosi dalla sua nave, finirà prigioniero o meglio ospite proprio dei Taipi, tribù fino ad allora ritenuta sanguinaria e cannibale. In un tourbillon di acute descrizioni ed esilaranti equivoci Melville vivrà a lungo con loro ma finirà per fuggire nel timore di finire in un pentolone o forse di non rivedere più la sua America.

La baia di Melville, Taipivai, è un fiordo costellato di palme da cocco: la chiamano la riviera dei cocotiers, un’attività che ancor oggi è il primo impiego degli isolani. Con un po’ di fortuna e molto autan addizionato al monoi locale vi difenderete dal terribile bacio del nono, la pulce della sabbia. Addentrandovi nell’interno della foresta potrete visitare Paeke, uno dei più bei siti archeologici delle Marchesi, imparando a distinguere un paepae, il basamento, dal mea’e il luogo sacro dove si venerano e si temono i grandi Tiki di tufo rossastro.

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Viaggio in Polinesia: da Gaugain a Jacques Brel

“Et s’il n’y a pas d’hiver, Cela n’est pas l’été”, anche se non c’è inverno, laggiù non è nemmeno solo estate, cantava a fil di voce Jacques Brel uno dei figli adottivi più amati della Polinesia Francese: quando seppe di essere malato diede scacco alla morte, affrettandosi spontaneamente verso un paradiso terrestre, uno degli ultimi rimasti: era il 1975 e Brel scelse la baia di Atuona ad Hiva Oa. Era lo stesso villaggio dove nel 1901 si era ritirato anche Paul Gauguin, alla ricerca “dell’ultima scintilla di entusiasmo”, dopo aver già vissuto lungamente a Papeete.

I due oggi sono sepolti a pochi metri di distanza nel cimitero du Calvaire sulla collina che domina la baia. Un albero di banyan per Jacques, un frangipane per Gaugain. Molto amato il primo, che con il suo ultraleggero Jojo trasportava anche i malati da un’isola all’altra, più contestato il secondo: oggi di entrambi si visitano i luoghi dove abitarono. Nell’hangar dov’è conservato l’aereo di Brel gli altoparlanti diffondono le note delle sue canzoni. “Sei l’unico uomo per cui abbia pianto davvero”, ha lasciato scritto sul registro dei visitatori Elizabeth.

Nell’atelier di Gaugain invece solo 75 riproduzioni e centinaia di oggetti e cartoline di tutte le sue opere: nessun paese nemmeno la Francia ha concesso un’opera originale del pittore. Ma non serve, forse: il suo spirito più indomito aleggia qui, fra la maison de Jouir e il grande prato che diventa spiaggia.

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Viaggio in Polinesia: il diario di un sogno

Le Marchesi sono questo e molto altro, un vortice di suggestioni, cui dovrete mettere ordine ritornati sul cargo. Nei lunghi momenti di navigazione, mentre Aranui scivola sulle onde per condurvi verso una nuova emozione, portatevi quel libro che non avete mai avuto tempo di leggere. Oppure in alternativa, potreste cominciare a scriverne uno. Un viaggio in Polinesia se le merita.

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Giornalista professionista scrive di cronaca, sport invernali e società per Il Giornale, Sci, Stile e Quattroruote. Dopo Tuttoturismo, Panorama Travel, Viaggiando, That’s Italia, Repubblica Viaggi e Corriere.it, oggi viaggia fra la Brianza, Parma e le alpi e scrive anche per il web col portale Il Turista. Ha seguito dieci anni la Coppa del Mondo di sci alpino per Infront Italy e Sky Sport, poi lo scialpinismo per Ismf, la Federsci internazionale. Fra i suoi punti d’orgoglio dieci nipoti, due ascese al Monte Bianco e la prima maratona di Milano, chiusa fieramente all’ultimo posto.

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